Ladakh, il mio Shangri La

Messaggioil lun nov 02, 2009 1:32 pm

Testo & foto di Maurizio Tintori - Pubblicato il 02/11/2009

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Esiste davvero il mitico Shangri La, un luogo fantastico descritto nel romanzo “Orizzonte perduto” di James Hilton? Nelle pagine del libro si narra di un angolo di terra meraviglioso, racchiuso tra le montagne dell'Himalaya dove il tempo si è fermato, cristallizzato in una bolla di pace e tranquillità. Forse questo luogo esiste per davvero, nascosto nell’immaginario di ognuno di noi. Dobbiamo semplicemente trovarlo e proiettarlo all’esterno. Ho cercato a lungo il mio Shangri La senza successo, poi nel 2007 durante un viaggio in una remota regione dell’India Settentrionale, il Ladakh, ho scoperto che la mia ricerca poteva dirsi terminata.
Meglio conosciuto come “la terra degli alti valichi”, il Ladakh è situato all’estremità occidentale della regione di Jammu & Kashmir. Si colloca entro i confini dell’altipiano tibetano, sia dal punto di vista geografico e orografico (è incastonato fra quattro grandi catene montuose: Great Himalaya, Zanskar, Ladakh e Karakorum), sia da quello etnico e culturale.
La capitale Leh è una tranquilla cittadina che sorge su di un vasto altipiano a 3500 metri. Da qualche anno a questa parte, complice un relativo benessere introdotto dal turismo, si sta rapidamente evolvendo perdendo, purtroppo, le sue connotazioni di tranquillo borgo rurale.
Tuttavia le sue valli hanno mantenuto, grazie all’isolamento, una natura selvaggia e incontaminata e sono popolate per lo più da pastori nomadi che vivono in piccole comunità.

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Leh sorge su di un altopiano a 3500 metri – Canon 30D Sigma 17-70mm 1/400s f/8 @17.0mm iso100

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Contadino tibetano - Canon 30D Sigma 17-70mm 1/250s f/5.6 @ 70.0mm iso320

I ladakhi che non abitano a Leh conducono ancora oggi una vita pacifica, scandita dai ritmi delle stagioni, del sole e
della luna. Vivono nelle piccole oasi verdeggianti che hanno creato con millenaria pazienza nelle severe e nude vallate del paese. Questi rudi montanari hanno maturato nel corso dei secoli un forte adattamento al territorio, grazie a una sapiente gestione delle scarse risorse naturali. Per sopravvivere coltivano orzo e altri cereali in terrazzamenti ricavati dai fianchi delle montagne che sono irrigati da un sistema di canali che, con arditi percorsi, portano l’acqua dai ghiacciai alle oasi ad oltre 4000 metri di quota.
Queste comunità hanno il loro baricentro culturale nella filosofia buddista; in ogni villaggio sorge un monastero, posto in posizione sopraelevata e di notevole effetto scenografico.
I primi giorni del mio soggiorno in Ladakh sono dedicati a completare l’acclimatamento necessario per scongiurare gli effetti dell’alta quota. Ne approfitto per visitare la stupenda Nubra Valley raggiunta attraverso il Khardung La, un passo carrozzabile a 5600 metri di quota. La strada, spesso interrotta da frane, s’inerpica ardita lungo i fianchi brulli di montagne dall’aspetto lunare. Per raggiungere questa striscia di territorio altamente militarizzato, che separa l’India dalla Cina e dal Pakistan, è necessario avere uno speciale permesso (Inner line permit).
Lo spettacolo che si presenta una volta valicato il passo è notevole. Sembra di essere su di un altro pianeta: brulle montagne di terra color ocra sovrastano vallate profondamente incise dai corsi d’acqua che, nel corso delle ere geologiche, hanno scavato grandi canyon. Piccole verdi oasi, punteggiate dal giallo della colza, risaltano in un contrasto di colori reso ancor più spettacolare dall’aria tersa.
Attraversiamo minuscoli villaggi dove, a ogni sosta, siamo circondati da curiosi e timidi bambini con il volto sudicio e screpolato sul quale brillano, come gemme, cisposi occhi a mandorla il cui colore nero sembra perdersi nelle profondità del tempo.

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Villaggio di Markha - Canon 30D Sigma 17-70mm 1/320s f/8 @70.0mm iso100

Dopo un viaggio durato sei ore arriviamo nell’ampia vallata solcata dal fiume Shyok, un affluente dell'Indo che nasce dal ghiacciaio Siachen nel cuore del Karakorum-Himalaya.

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L’ampia vallata solcata dal fiume Shyok nella Nubra Valley - Canon 30D Sigma 17-70mm 1/500s f/10 @t 36.0mm iso100

La Nubra Valley è un posto unico al mondo dove è possibile ammirare la splendida bellezza del deserto, con cammelli e dune di sabbia e, sullo sfondo, immensi picchi nevosi appartenenti alla catena del Karakorum. Un vero paradiso incontaminato che, grazie all’isolamento determinato dalla storia e dalle stagioni, è pressoché inalterato da molti secoli.

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Dune di sabbia, deserto di Hundar nella Nubra Valley - Canon 30D Sigma 17-70mm 1/800s f/7.1 @ 70.0mm iso100

Dopo quattro giorni di acclimatamento parto, zaino in spalla, per il trekking della Markha Valley, al seguito di una piccola carovana di cavalli che portano tutto il necessario per sopravvivere in una regione selvaggia e arida. Attraverso deserti di alta quota e valichi posti ad oltre 5000 metri, raggiungerò il campo base del Kang Yatse, una montagna di 6150 metri, che tenterò di salire insieme ai miei compagni di avventura.

La prima parte del trekking si svolge lungo il corso dell’Indo, con partenza da Spitok a pochi chilometri da Leh. Il caldo, nonostante la quota, è soffocante e la finissima polvere ocra sollevata dal passaggio della carovana s’infila ovunque. I panorami e gli spazi sono però grandiosi. Bivacchiamo in piccole oasi gestite da pastori dove è sempre presente una Tea Stall, un rudimentale ristoro costituito da una struttura circolare in pietra sovrastata da un candido telo ricavato da un vecchio paracadute militare. Da qui il nome “Parachute Tea Stall”, con il quale sono comunemente indicate.

Nei giorni seguenti attraversiamo la valle di Rumbak e valichiamo il passo Ganda La a 4900 metri. Siamo nel regno del mitico Snow Leopard, il leopardo delle nevi himalaiano! Una ripida discesa attraverso valli profondamente incise dai corsi d’acqua ci porta rapidamente nella Markha Valley, che incrociamo a Skiu. I panorami che si presentano ai miei occhi sono maestosi, le alte cime delle montagne hanno colori quasi irreali: predominano il rosso e il viola, con estese venature di un verde smeraldo che fanno da contraltare a cieli blu cobalto.
Percorriamo la Markha Valley seguendo le anse create dal corso limaccioso del Markha River che dovremo più volte guadare. Incontriamo innumerevoli Chorten, monumenti funebri formati da una base quadrata, una cupola emisferica e una torre a cono. Alcuni sono molto antichi e decrepiti e conservano le ceneri dei defunti. Insieme ai Muri Mani e ai Gompa testimoniano la presenza costante della filosofia Buddista in questa terra.

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Muri Mani - Canon 30D Sigma 17-70mm 1/125s f/13 @ 25.0mm iso100

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Il villaggio di Markha - Canon 30D Sigma 17-70mm 1/60s f/16 @ 21.0mm iso100

Scoscese pareti di arenaria multicolore, ed alti picchi di roccia viola e smeraldo incombono sulla valle. Ogni tanto dobbiamo abbandonare il sentiero franato per portarci più in alto, dove mani volenterose hanno scavato una nuova via di passaggio. Lo scenario è straordinario anche se il caldo e la polvere mettono a dura prova il piacere di tanta vista.

Questa è sicuramente la parte migliore del trekking, anche dal punto di vista fotografico.
Lungo il cammino incontro diversi nomadi, di solito donne, la presenza maschile è molto scarsa.

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Nomadi intente alla preparazione del Chai, il classico the tibetano condito con burro di Yak - Canon 30D Sigma 17-70mm 1/250s f/7.1 @ 53.0mm iso200

Improvvisamente, aggirata l'ennesima ansa sabbiosa del fiume, appare in fondo alla valle la sagoma scura del Kang Yatse con il suo cappuccio innevato. Ancora un giorno di marcia ci separa dal campo base, situato sulle pendici settentrionali di questo picco Himalayano.

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Le due vette del Kang Yatse. La cima sud, sulla sinistra, è quella più alta (6200 metri) - Canon 30D Sigma 17-70mm 1/800s f/8 @ 70.0mm iso100

Sono giornate intense e affascinanti, sono ben acclimatato e la marcia attraverso questa valle glaciale racchiusa tra ripide pareti di roccia è ora più agevole. Su di me aleggia però l'incognita della salita alla vetta. Dopo una faticosa giornata di marcia giungiamo al campo base a 5050 metri. Montiamo il campo in riva al fiume che sgorga dal ghiacciaio. Una famiglia di marmotte, che baruffano tra di loro per nulla intimorite dalla mia presenza, allieta le ore trascorse in attesa di partire per la cima. Dopo un breve e agitato riposo esco dalla piccola tenda. E’ l’una di notte e il profilo della montagna si staglia contro il cielo scuro, debolmente illuminato da una pallida luna. Ci incamminiamo lungo la morena del ghiacciaio. Il cono di luce della frontale illumina le rocce instabili velate di ghiaccio. Ci guida Kharma Sherpa, un corpulento nepalese che impone al piccolo gruppo di quattro alpinisti un ritmo infernale. Ogni venti passi mi arresto curvo sulla piccozza per riprendere un po’ di fiato, il cuore a mille. Le nuvole avvolgono la montagna e il chiarore livido dell’alba fatica a squarciare la cortina di vapori. Improvvisamente, alla fine della lunga spalla nevosa compare la cresta finale. Un alito di vento solleva la nebbia e riesco a scorgere la vetta. Mancano cento metri… Devo scavare dentro la mia volontà in cerca delle residue energie per superare questa breve cresta nevosa.
Mentre noi fatichiamo persino a parlare, il buon Karma Sherpa fischietta e snocciola le sue preghiere buddiste, quasi fosse comodamente sdraiato in riva ad un fiume! Nonostante la fatica, nel cuore comincia a farsi largo una felicità indescrivibile! Pochi passi mi separano dalle rocce sommitali, riesco a scorgere tra le nebbie lo sventolio delle bandierine di preghiera. Alle 7,45 del 2 agosto 2007 abbraccio i miei compagni di salita sulla cima Nord del Kang Yatse a 6150 metri di quota!

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Momenti della salita al Kang Yatse Nord, 6150 metri – Nikon Coolpix 4300

Una lacrima di commozione ci riga le guance ed è difficile descrivere la gioia provata in quel momento. Quasi avesse compreso quell’emozione che era in noi, il Dio delle cime ci invia un refolo di vento a squarciare le nebbie. Il panorama ci lascia senza parole: un susseguirsi di cime minori e valli punteggiate dal verde delle oasi si distende ai nostri piedi. A nord la catena del Karakorum spunta dal mare di nebbia. Il buon Kharma Sherpa estrae dallo zaino una scatola di plastica e, al grido di “pocket lunch sir”, ci offre uova sode e patate bollite!! Scoppiamo a ridere e decliniamo cortesemente l’offerta, abbiamo tutti la bocca impastata e la gola riarsa dalla sete, la sola idea di ingollare una patata lessa mi provoca qualche conato di vomito. La discesa avviene senza problemi, sulle ali dell’entusiasmo e della consapevolezza di aver realizzato un sogno.

L’indomani ci attende un’altra faticaccia. Dobbiamo superare il Kongmaru La l’ultimo valico a 5200 metri prima della discesa finale. Partiamo di buon mattino, voltando le spalle a malincuore alla “nostra” montagna. Una fitta nebbia l’avvolge, quasi volesse chiudere un sipario sull’avventura ormai conclusa. Ci abbassiamo nella piana di Nimaling, a 4800 metri per poi inerpicarci lungo le serpentine che portano al passo. In cima un altro sorprendente scenario si apre sotto di noi: a nord la ripida vallata si chiude a imbuto in gole profonde, si scorge in lontananza la piana dove sorge Leh e sullo sfondo le alte vette del Karakorum; alle nostre spalle la sagoma del Kang Yatse e la verde piana di Nimaling. Una gioia per gli occhi e per il cuore, attimi indimenticabili che rappresentano la vera ricchezza di questo viaggio.

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Un ultimo sguardo alla Markha Valley – Canon 30D Sigma 17-70mm 1/200s f/11 @36.0mm iso100

Proprio al termine del trekking, mi rendo conto che questo potrebbe essere il mio Shangri La. Penso alla mia quotidianità e tutto mi appare così lontano, così assurdo: la frenesia della nostra civiltà rischia di annientare emozioni, rapporti, amicizie. Il lento e costante distacco dai ritmi della natura sta modificando le nostre esistenze, portandoci a vivere come polli da allevamento. In questi dodici giorni, immerso nella natura selvaggia della Markha Valley, ho potuto sperimentare le ataviche armonie che regolavano la vita dell’uomo, e ne ho assaporato l’aspra bellezza. Mi rendo improvvisamente conto di quanta vita sprechiamo dietro a futili cose, circondati da muri di cemento eretti a difesa della nostra cosiddetta civiltà. Forse il vero senso della vita è nascosto tra queste montagne viola, dove il semplice sopravvivere agli elementi costituisce già una ragione di vita.

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Le montagne Viola – Canon 30D Sigma 17-70mm 1/250s f/9 @ 40.0mm iso100

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Il mio viaggio è proseguito nei giorni seguenti a bordo di un piccolo bus, percorrendo la Tangajari Road, uno stretto e tortuoso tratturo di 500 Km che, seguendo il corso dell’Indo e dello Zanskar, mi ha portato in Kashmir attraverso i monti della Luna…. Ma questa è un’altra storia.



Maurizio Tintori, bergamasco classe 1961, scrive di sé: Ho sempre avuto un sogno: viaggiare, vedere il mondo, soprattutto l’India e le regioni Himalayane; un sogno a lungo coltivato, ma realizzato solo da pochi anni a questa parte.
I viaggi, i trekking, salire una vetta Himalayana di oltre 6000 metri, la reflex al collo e qualche buon vetro nello zaino. Questo è, però, solo metà di questo grande sogno. Non mi basta vedere, camminare, toccare per un attimo: sento il bisogno di catturare quell’immagine e quell’attimo, trasformandomi da viaggiatore in fotografo. L’obiettivo della mia reflex diventa lo strumento che coglie con meraviglia ed emozione alcuni di questi momenti. Non è solo la registrazione di ciò che l’occhio vede, dalle immagini emergono sentimenti ed emozioni perché, citando Cartier Bresson, “fotografare è mettere sulla stessa linea di mira la testa, l'occhio e il cuore”.

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Messaggioil lun nov 02, 2009 2:59 pm

Desidero davvero ringraziarti per aver condiviso questa tua esperienza davvero bellissima. Devo confessarti che un po' ti invidio perchè sono luoghi meravigliosi e senza tempo. Le tue foto sono la testimonianza della bellezza del Ladakh e mi complimento anche per l'ascensione alla vetta del Kang Yatse. Ciao e grazie ancora. Namaste.
sharpness +7
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Messaggioil lun nov 02, 2009 3:43 pm

Grazie e spero che anche tu un giorno possa godere di queste meraviglie!

Namaste, anzi, Julè come dicono in Ladakh.

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Messaggioil lun nov 02, 2009 5:42 pm

Grazie per l meraviglioso diario di viaggio Hai letto il Leopardo delle nevi o una Parigina a Lasha Perdonami ma mi hai fatto ricordare quelle bellissime pagine Grazie F valete
Se scatto foto, vuol dire che esisto, che sto vivendo e che comprendo quello che vivo.
fvale
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Messaggioil lun nov 02, 2009 7:38 pm

Complimenti.
Sia per le foto sia per l'interessante racconto di viaggio.
Daniele
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Messaggioil lun nov 02, 2009 7:44 pm

Spettacolo!!!
Grazie per aver condiviso questa splendida esperienza,foto stupende esperienza fantastica e posti da infarto,tanta ma proprio tanta invidia!!!
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sickboy
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Messaggioil lun nov 02, 2009 7:51 pm

Bellissime foto davvero e bel viaggio. Anche io sogno un giorno di vedere quei luoghi, quelle genti, quelle culture... lo farò, so che è questione di tempo!
Dal campo base a 5050m alla vetta a 6150m deve essere stata davvero dura considerando la quota! Una bella sfida, complimenti!
Però da quello che ho capito non hai potato la reflex in cima... capisco, ogni kg in meno è una benedizione, però penso che non ci avrei rinunciato!
Ciao
Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo!
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jurigab
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Messaggioil lun nov 02, 2009 10:43 pm

Grazie ancora ragazzi!
Il Ladakh è davvero un posto unico, che vale la pena di visitare: è adatto davvero a tutti, basta un minimo di allenamento e adattamento alla quota. Le persone sono davvero uniche e potete ancora trovare la vera cultura tibetana. Dal punto di vista economico, inoltre, è ancora molto vantaggioso (al contrario del Buthan che è molto caro).

@Jurigab: si in vetta ho portato la piccola coolpix, altro peso mi avrebbe ucciso.... Ma il vero motivo inizialmente era il freddo, temevo che dovendola tenere all'esterno (nella borsa ventrale) il freddo avrebbe bloccato la 30D (calcola che a 6000 metri ci sono temperature che possono raggiungere i -20°C e la salita è avvenuta per lo più di notte), mentre la piccola Coolpix la tenevo sotto la giacca al caldo.

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Messaggioil mar nov 03, 2009 1:01 am

complimenti complimenti. Poi devo vedo con piacere che anche tu usi il sigma 17-70. Fido compagno!!
maoastori
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Messaggioil mar nov 03, 2009 8:06 am

Comlimenti per le foto e le didascalie...il Ladakh penso sarà uno dei miei prossimi viaggi.
Ma Shangri La...quella vera (almeno cosi dicono) si trova in Cina nella regione dello Yunnan (dove sono stato l'anno scorso...). Ma non fa nulla...bravo! gio.
giovanni moglia
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Messaggioil mar nov 03, 2009 10:03 am

Ciao Giovanni, se hai bisogno di info per il viaggio non esitare a chiedere..

Ho inteso lo Shangri-La come un luogo della mente, più che reale, che ognuno può immaginare come meglio crede. In Ladakh ci ho lasciato un pezzo di cuore e dei miei 21 grammi di anima...

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Messaggioil mar nov 03, 2009 10:48 am

Caro Maurizio,
desidero accodarmi per ringraziarti anch'io di averci fatto condividere con immagini e parole questo fantastico viaggio!
Stamani avevo proprio bisogno di staccare la spina rispetto a tutto ciò che mi circondava e questo stupendo reportage mi ha aiutato alla grande!
Forse è scontato ciò che sto per dire, ma hai un bellissimo dono nel modo di scrivere e descrivere i luoghi che hai incontrato; questo per dirti che raccogliere in un libro, o in un altro modo, questi splendidi diari di viaggio potrebbe essere un'idea da valutare, o meglio da... visualizzare per far sì che questo accada e si concretizzi!
Di nuovo complimenti a te, a tutti gli amici di questo forum che leggo quotidianamente, anche se non sono molto attivo nel mettermi a confronto e al grande Juza che, come sempre, conferma le sue doti non solo di grande fotografo ma grande selezionatore per farci provare sempre forti emozioni e stimolarci a crescere e contribuire a rendere sempre più Arte la fotografia! Un abbraccio!
santafe
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Messaggioil mar nov 03, 2009 11:28 am

Grazie Santafe, troppo buono! Mi dai lo spunto per dire che da questa avventura è nato un libro fotografico: "Passaggio in India" di 240 pagine e più di 400 foto che ho fatto stampare da Blurb (una piccola anteprima qui http://www.blurb.com/books/393391)

Non è di certo un capolavoro ma sintetizza molto bene lo spirito del viaggio e del viaggiatore!

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Messaggioil mar nov 03, 2009 12:04 pm

Un ringraziamento particolare a pisolomanu per avermi allietato la vista e il cuore con le immagini e il racconto di un'avventura nei luoghi che io amo di più.
Tutta la zona Himalayana e quella del Karakorum mi affascina da sempre così come tutte le regioni montuose e glaciali e isolate dal resto del mondo.
Le brulle montagne del Ladakh con quei contrasti di colori che fanno da cornice a cieli stupendi sono uno spettacolo unico.
Da ammirare, per la sua semplicità e forza, la gente che lo abita e dalla quale dovremo prendere esempio per dare un senso diverso alla nostra esistenza.
Grazie ancora, pisolomanu.
Eos 5D MARKII, Eos 7D, 17/40 L , 24/105 L, Canon 100/400L, Flash 580 EXII, Canon G11
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Messaggioil mer nov 04, 2009 12:07 am

Complimenti Maurizio, sia per le foto che il resto.
ciao
Claudio
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